A 30 anni dalla strage di via d’Amelio, tra depistaggi e la lotta alla mafia che ancora continua

30 anni fa la mafia uccideva in via D’Amelio un altro magistrato di quel pool che in Sicilia aveva dichiarato apertamente guerra a Cosa Nostra. Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, furono assassinati 57 giorni dopo la strage di Capaci, fatti esplodere insieme ad una Fiat 126 imbottita di tritolo proprio in via D’Amelio.

Nel giro di due mesi la mafia ha inferto due ferite profondissime al cuore della nostra Repubblica, due ferite che potevano risultare davvero letali e che hanno coinvolto anche le istituzioni.
Per fortuna l’Italia ha reagito e lo ha fatto con l’afflato di una nazione che si è schierata dalla parte del bene, rigettando ogni possibile connivenza con malviventi che hanno tentato di infettare la nostra società infiltrandosi nei gangli più marci del Paese.

Oltre al doveroso ricordo di un grande servitore dello stato e degli agenti preposti alla sua sicurezza credo che questo trentennale debba però farci riflettere sul numero di processi che si sono susseguiti in questi tre decenni e, soprattutto, cosa che forse fa più male, sul fatto che non c’è nessun colpevole per il depistaggio delle indagini (il più grave avvenuto nel nostro Paese) e non c’è ancora una verità definitiva su uno dei periodi più bui della storia repubblicana.

Celebriamo Paolo Borsellino, insistiamo nel pretendere giustizia, continuiamo al lotta contro la mafia.