Il rispetto delle regole, il ritiro del campione e i “veri” poveri cristi.

E’ finita come doveva finire, ma sarebbe stato infinitamente meglio che questa vicenda non fosse mai iniziata. Novad Djokovic è un campione, nessuno lo mette in dubbio. La partecipazione agli Australian Open era però subordinata a condizioni e regole precise a cui nessuno avrebbe potuto sottrarsi. A quel punto il tennista di fama mondiale per difendere le sue pur discutibili posizioni avrebbe dovuto desistere, non partecipare, evitare un teatrino che sinceramente ha mortificato la sua immagine.
Dalla madre che ha dichiarato come Novad fosse “prigioniero in un hotel con insetti e cibo terribile”, al padre che lo ha paragonato a Gesù, al suo entourage, ai suoi avvocati che hanno fatto di tutto per farlo accettare in Australia, dimostrando di cercare scappatoie per evitare disposizioni legislative che tutelano la salute di un intera nazione.
La verità è che tutti siamo uguali, siamo chiamati a seguire norme che magari ci possono anche non piacere, ma che non sono state pensate per essere gradite. Le regole si fanno per essere rispettate, percheè assolvano ad un bene superiore rispetto a quello personale.
Mi auguro che questo episodio sia servito per farlo comprendere a tutti, anche a Djokovic. E per inciso i poveri cristi sono quelle persone rimaste al ParkHotel di Melbourne, quei profughi realmente detenuti in attesa che venga concesso loro l’asilo in Australia.