Il suicidio di un giovane ragazzo e l’espressione di un disagio che deve farci seriamente riflettere.

Come mio solito preferisco non commentare a caldo fatti di cronaca che lasciano ferite nel cuore e, spesso, inducono reazioni che, anche se comprensibili, non riflettono a pieno la realtà delle cose. Quello che sappiamo di sicuro è che un giovane di 20 anni si è tolto la vita. Si chiamava Seid Visin, era un ragazzo di origine etiope adottato da una famiglia italiana, era molto sensibile, aveva interessi e ambizioni, era un promettente calciatore e un aspirante avvocato, frequentava infatti la facoltà di giurisprudenza. Seid si è tolto la vita, non sappiamo realmente cosa lo ha spinto a compiere questo gesto estremo, ma il padre adottivo assicura che non sia un questione legata ad episodi di razzismo.

Una discriminante fondamentale che non toglie alcun valore però al disagio che lo stesso Seid aveva manifestato nel gennaio 2019 affidando ad una lettera, indirizzata ad amici e alla sua psicoterapeuta, i suoi pensieri. Si tratta di parole vissute, ponderate, che bruciano e trasudano verità disarmanti. Parole che devono indurre tutti noi a profonde riflessioni su come come un clima di odio e paura, spesso più “artefatto” che reale, abbiano permeato e mutato la nostra società e quei valori che da sempre contraddistinguono il nostro Paese.

Ci sono intere generazioni di nuovi italiani, magari con un colore di pelle non proprio mittleuropeo, che facciamo sentire stranieri in patria, che trattiamo da estranei nonostante abbiano un lessico più forbito e un grado di conoscenza della nostra cultura e delle nostre tradizioni più alto rispetto a molti italiani.

Detto questo vi propongo qua sotto la lettera di Seid che mi ha emozionato tantissimo e ispirato queste riflessioni che ho scelto di condividere con voi. E’ la stessa che è stata letta anche durante i funerali di questo giovane, sensibile ragazzo. Una sorta di testamento che mi auguro possa aprirci gli occhi su quello che ancora accade nel nostro paese. Non lasciatevi sfuggire neppure una parola.

“Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione. Io non sono un immigrato. Sono stato adottato quando ero piccolo.

Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera. Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone. Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.

Dopo questa esperienza dentro di me é cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco. Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato. L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura.

La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini e chiamavano “Capitano Salvini”. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ”Casa Pound”. L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: ”Goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese”.

Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente Vita”.

Articoli scritti da Lucia Ciampi