L’odio e la democrazia. Ad un anno dall’assedio a Capitol Hill

Poco più di un anno fa uno sciamano americano diventava l’emblema dell’attacco alla Democrazia degli USA. Come un vero e proprio barbaro insieme ad altri sciamannati ha fatto irruzione a Capitol Hill con la benedizione di Donald Trump. I saccheggi, gli sfregi, la smania di mostrarsi, l’illusione del potere, l’odio con cui sono stati fomentati è stato completamente riverso sulla sede del Senato degli Stati Uniti.
Una delle pagine più brutte che siano mai state scritte nella storia della democrazia occidentale ha un autore e ispiratore che si è definito repubblicano, ma che è stato in grado di pronunciare dalla Casa Bianca parole come “Dovete esibire forza e dovete essere forti. […] So che ognuno di voi presto marcerà sul Campidoglio per far sì che oggi la vostra voce, pacificamente e patriotticamente, venga ascoltata. […] Combattete. Combattiamo come dannati. E se non combatterete come dannati, per voi non vi sarà più un paese”.
Esortazioni impresse come un “marchio” su un’irruzione violenta che lacera il Congresso statunitense. Le porte di Capitol Hill cedono e una ferita si apre. Ad oltre un anno di distanza da quell’episodio resta una grande cicatrice, indelebile, a ricordarci come la democrazia sia fragile, come l’odio incontrollato possa infierire sulle sue difese, come anche i meccanismi e gli equilibri di una superpotenza mondiale siano delicati se esposti alla più cieca brutalità.
Una vicenda che resterà nella storia e che è bene tenere a mente per evitare che si possa ripetere in ogni stato democratico.