Un saluto a Paolo Pietrangeli, colui che cantò l’inno del ’68

Nei giorni scorsi ci ha lasciato un’artista poliderico, Paolo Pietrangeli, che, in veste di cantautore, ha segnato l’immaginario di un’intera generazione, quella degli anni sessanta.
Ho letteralmente amato le canzoni di Pietrangeli che ritengo siano state un mezzo efficace per accompagnare l’incontro con la politica di tanti giovani che vivevano con fermento quegli anni di protesta, densi di avvenimenti.
In particolare uno dei suoi brani “Contessa” è e rimarrà una pietra miliare del panorama musicale italiano. Questa canzone è stata l’inno del ’68.
Una canzone cruda, ma sentita che cercava di fare da trait d’union tra le lotte operaie e quelle studentesche.
Di quel brano ripreso poi da altri gruppi nel corso degli anni (penso, ad esempio, alla celeberrima versione dei Modena City Ramblers) e quindi fatto proprio da nuove generazioni di giovani, ho ben impressa in mente una strofa che forse ben identificava il sentore dell’epoca e il concetto di “lotta di classe” che si respirava in quei tempi: “Del resto mia cara, di che si stupisce, anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente ne può venir fuori, non c’è più morale contessa”.
Due righe che ben condensano lo spirito di “Contessa” e quello di uno dei grandi della musica d’autore italiana, Paolo Pietrangeli.

Articoli scritti da Lucia Ciampi